Questo articolo di Martina Cannetta e le foto di Sara Venturini ci portano nelle carceri cambogiane, dove i figli dei detenuti sono costretti a vivere in prigione con i genitori, senza nessun diritto, dove vengono a malapena tollerati.
Il progetto “Adotta una prigione” ambisce a sostenere questi “prigioneri innocenti” perchè possano vivere in condizioni più umane.
Heng Rithy e i suoi due bambini, di 3 e 4 anni, dividono con una ventina di altri detenuti
una cella nel carcere di Siem Reap. L’uomo è stato condannato a cinque anni per furto.
Le condizioni igieniche della cella sono a dir poco precarie: non ci sono giacigli né servizi
igienici e il pover’uomo riesce a malapena a proteggere i figli dagli altri detenuti
innervositi dai loro pianti. Rithy è un uomo piccolo e magro, con un’espressione dolce.
Sembra un vecchio ed ha solo trentacinque anni. È senza una gamba. Ha rubato – dice – per
dare da mangiare ai suoi figli. Dopo l’incidente – è saltato su una mina lavorando nei
campi - non era più in grado di lavorare e ha perso la moglie, morta di AIDS subito dopo la
nascita del piccolo. Nessuna alternativa alla prigione per i bambini. Sono discriminati per
la malattia della madre e nessuno vuole tenerli. Quando gli chiedo di che cosa ha bisogno, risponde che
vorrebbe un lenzuolino per i figli, che dormono sul pavimento sporco.
La storia di
Rithy è solo una delle tante. Attualmente nelle 25 case di detenzione della Cambogia
risiedono in totale 40 bambini, quasi tutti con le madri. La legge permette che i
genitori tengano con sé i figli in carcere fino all’età di sei anni, se non vi sono altri familiari in
grado di accudirli. Mille Riel al giorno 20 centesimi di euro è la cifra stanziata in
Cambogia per i bisogni dei detenuti – cibo, prodotti di pulizia, medicinali. Per legge, il Dipartimento per
la Detenzione del Ministero degli Interni dovrebbe fornire cibo e medicinali anche per
i piccoli ospiti, ma i bambini non vengono registrati dalle carceri. Sono solo ospiti
tollerati e la Legge non viene applicata. Un genitore è costretto a dividere con i figli una razione già
scarsa per una persona. Il carcere provvede solo due pasti al giorno di riso e zuppa di
pesce secco, null’altro. Anche l’acqua, sia per uso alimentare che igienico, deve venire
acquistata dai detenuti. Nelle case di detenzione in Cambogia non c’è mai un medico. Esiste solo
un’infermeria con personale non qualificato che presta servizi ai detenuti solo a
pagamento. Nulla è previsto per i piccoli ospiti, neanche le vaccinazioni obbligatorie.
“Se chiedo una medicina per la mia piccola, sono trattata come un cane. I secondini
vogliono essere pagati per darci i farmaci dell’infermeria".
"La bambina ha appena quattro
mesi e non so cosa darle da mangiare” dice Srey Mom nel carcere di Sihanoukville, dove
ha partorito la sua piccola. È ancora in attesa di giudizio e potrebbe uscire dietro
restituzione dei 500$ che è accusata di avere rubato, ma non ha alcun modo di procurarsi il
denaro finchè resta dentro. “Sono malnutrita, non ho latte ed i prodotti in polvere sono
troppo costosi. Tutto quello che posso fare è ricuocere la mia zuppa di riso finchè non
diventa una pappa in modo da riuscire a darne un po’ alla piccola”.
Nel 2002
Licadho, ONG locale che opera da anni in Cambogia per garantire il rispetto dei diritti umani,
ha redatto un rapporto dal titolo “Innocent Prisoners” sui diritti dei bambini che vivono
nelle prigioni. In risposta al dramma dei bambini che nascono e crescono in carcere, Licadho ha
lanciato il progetto “Adotta una prigione” con il quale fa appello ad ONG partner o a
singoli individui affinché si impegnino a sostenere questi “prigioneri innocenti”.
Che cosa stiamo facendo
Il NAAA Cambogia si sta impegnando a portare un pò di sollievo e soprattutto
concrete possibilità di crescita e sviluppo a questi bambini costretti a scontare una pena
non loro. Lavorando in partnership con Licadho, organizzazione di provata serietà, il
NAAA ha “adottato” tre prigioni: quelle di Siemreap, Sihanoukville e Pursat.
Inizialmente, Licadho mi ha portata a visitare le tre carceri. Il primo passo
fondamentale è stato quello di stabilire un rapporto di fiducia con la
direzione per potere entrare nelle prigioni con visite periodiche per portare cibo,
prodotti a toeletta, medicinali e generi di prima necessità per genitori e bambini. Oggi
abbiamo fatto la prima consegna al carcere di Siem Reap. Al mattino ho fatto la spesa
al mercato contrattando accanitamente per ottenere i prodotti ai prezzi locali. Qui,
se a comperare è uno straniero, ci provano sempre a chiedere di più. È necessario
conoscere i prezzi giusti per potere contrattare.
Una volta arrivati al carcere, ci ha
accolto il direttore che ci ha pomposamente recitato in stentato inglese le regole del
carcere e poi stremato si è soffiato rumorosamente il naso in un asciugamano.
Gli ho chiesto di
incontrare i carcerati e ci ha accompagnato alle celle. Siamo sempre stati scortati da
un folto numero di guardie che hanno ascoltato attentamente domande e risposte. Le celle sono casette basse
vistosamente colorate cui si accede attraverso un labirinto di filo spinato. Il contrasto fra la
vivacità dei colori e i rotoli di filo spinato ovunque è brutale. I detenuti, tutti in divisa azzurro
acceso, una targa col numero cucita sul petto, ci attendevano seduti per terra. Fra di loro,
oltre a Heng Rithy ed i suoi bambini, c’erano 5 gestanti, una delle quali prossima al
parto ed un bambino di 5 anni con la madre. La donna ha ucciso ad accettate il marito
per difendersi dalle continue violenze. Per tutta la durata dell’incontro ha continuato a
sorridere cercando di rallegrare il figlio perennemente imbronciato, interessato solo
all’orologio che si era disegnato sul polso.
La donna deve scontare 15 anni. Mi chiedo che ne
sarà del suo bambino. Abbiamo consegnato quello che avevamo portato per loro: riso, olio, salsa di soia, latte
a lunga conservazione, sapone, shampoo e integratori alimentari per bambini e
gestanti. A ogni bambino abbiamo dato un lenzuolino e qualche capo d’abbigliamento. I
loro occhi brillavano increduli a guardare quelle magliette che erano proprio per loro.
I
bambini si sono accaparrati le scatole e hanno voluto portare via da soli anche i
pesanti sacchi di riso. Si sono poi avviati verso le celle, orgogliosi sotto il carico dei pacchi. Nelle carceri che ospitano
neonati abbiamo portato biberon, latte in polvere, abbigliamento da neonati, un
cuscino come giaciglio per i piccoli, lenzuolini e pezze di stoffa da usare come pannolini.
I detenuti che ho incontrato si rendevano tutti conto che una cella non è un luogo adatto
per crescere un figlio, ma non avevano altra scelta. I bambini che ho visto in carcere erano
tutti in precarie condizioni fisiche, con la pelle squamata e la testa piena di bubboni
infiammati. Tristi, passivi, i più piccoli avevano gli occhi rassegnati, i più grandicelli uno
sguardo ostile e accusatore: tutti bambini senza sorriso. Nelle prigioni dove sono
presenti più bambini, mi propongo di attrezzare un piccolo spazio pulito con qualche
giocattolo, carta e matite colorate, dove i piccoli possano passare qualche ora e trovare un
minimo di stimolo per la loro crescita emotiva ed intellettuale. Al compimento dei sei
anni, sarà importante avere stabilito un rapporto di fiducia con i genitori, che ci permetta
di consigliare loro soluzioni atte a consentire la frequenza scolastica ai bambini. Con le
Autorità carcerarie sto contrattando la possibilità di garantire alle detenute il
parto in ospedale ed assistenza medica post parto per loro ed i loro piccoli. È fondamentale
vaccinare i bambini, garantendo loro, dal punto di vista sanitario, lo stesso trattamento
degli altri bambini.
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