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INTERVISTA AL PRESIDENTE DEL TRIBUNALE PER I MINORENNI DI ROMA

Intervista a Melita Cavallo

03 dic 2010
C’è un prima e un dopo, nella vita di Melita Cavallo, presidente del Tribunale per i Minorenni di Roma. Il prima era una giovane laureata anticonformista che insegnava Storia e Filosofia nelle scuole di periferia. In mezzo, la delusione di un mestiere che “dovrebbe educare appassionando”.La sua scrivania è invasa dalle carte. Sul termosifone è appoggiato un quotidiano. Tra documenti e fascicoli si intravedono tre libri, chissà se capitati lì per caso o per scelta. Si tratta di “Bambini al rogo”, “G2 e giovani stranieri in Italia”, “L’esprit de la mediation”. Dalla finestra spuntano ciclamini rosa, bianchi e viola. Il presidente arriva e già dopo qualche minuto dobbiamo interrompere l’intervista per dare la precedenza ad una telefonata urgente. Ma è un attimo, e dopo le parole scorrono via leggere, fino a tradire quel tanto di commozione che consente di vedere, oltre l’immagine di Giudice di razza, una mamma innamorata dei suoi tre figli. Di lei hanno detto: “E’ una figura di grande prestigio che sa affrontare i problemi non solo dal punto di vista strettamente giuridico”. Quanto contano sensibilità e delicatezza nel diritto minorile? Sono importanti per mettere a loro agio le persone che hai di fronte. Perché quando una persona si sente accolta, e non solo o esclusivamente indagata, si pone meglio. Riesce a dire la verità, ad essere sincera, permettendo la nascita di un rapporto di fiducia. Chi viene da noi deve trovare fiducia nella Giustizia e, quindi, nel Giudice. Uno dei suoi libri si intitola “Ragazzi senza”. Senza che cosa? Senza nulla. Senza famiglia, senza scuola, senza un territorio che li accolga, senza punti di riferimento, senza persone con le quali stabilire un legame affettivo. Il libro è dedicato ai ragazzi che non si stimano perché non sono stimati da nessuno. L’ambito di appartenenza di un bambino svolge un ruolo sostanziale nella sua crescita. La delinquenza è una questione di eredità familiare? E’ fondamentale il contesto in cui un ragazzo è nato. E ci sono ragazzi che nascono in ambienti per cui il loro destino è quasi segnato. E’ chiaro, però, che il contesto non è determinante ma predisponente. A riprova di ciò, ci sono i ragazzi cosiddetti “resilienti”, i quali anche provenendo da particolari condizioni di degrado riescono ad affermarsi. Ma costituiscono ancora l’eccezione. Come si fa ad interrompere il circolo vizioso della criminalità tramandata? Si fa prevenendo, e attrezzando il territorio di opportunità, in modo che questi ragazzi possano trovare nel mondo immediatamente circostante quello che non hanno trovato nella famiglia e nella scuola. Esiste ad oggi un sistema di monitoraggio e prevenzione? In effetti si ma è una rete decisamente smagliata, che non svolge la funzione di trattenere. Quando le maglie sono rotte e sfilacciate, una rete non salva dal baratro della devianza, della delinquenza, della solitudine. Così si cade. E dopo? La conseguenza è l’esposizione ad atti estremi ed autolesionistici, come la morte per overdose o sulle moto a corsa pazza. E non solo. Il suicidio giovanile aumenta e non si fa nulla per trovare una soluzione. Tra l’altro, i ragazzi che si suicidano sono soprattutto quelli appartenenti alle famiglie di livello medio-alto, mentre quelli che vengono dal degrado non si suicidano mai. Perché questa differenza? Da un lato, il ragazzo nato povero è troppo impegnato a realizzare qualcosa per sopravvivere. Dall’altro, il ragazzo che appartiene alla classe sociale medio-alta ha tutto ma si sente profondamente condizionato dalle aspettative proprie ed altrui, nonché da una famiglia spesso affettivamente assente. Il bullismo, invece, é un fenomeno trasversale. Io non amo la definizione di “bullismo” perché sbiadisce il problema. La verità è che il bullismo è un vero e proprio fenomeno delinquenziale di gruppo, che oggi esiste in tutte le società ricche. I “ bulli” sono nient’altro che piccoli delinquenti, e così dovrebbero essere chiamati. In un Comune del Vicentino, Arzignano, un’ordinanza del Sindaco ha previsto l’istituzione dei vigili anti-bullo, legittimati ad entrare nelle scuole e a multare i ragazzini responsabili di atti violenti. Cosa ne pensa? Che in classe ci possa essere una figura di tutela dell’ordine può anche essere accettabile, sempre che svolga il compito di spiegare le regole e poi farle rispettare. Io non sarei contraria a questa ipotesi, però deve trattarsi di una persona riconosciuta e amata dai ragazzi, che non devono sentirsi sfidati da un controllore preposto a punirli. Il ruolo della scuola. E’ fondamentale, perché i ragazzi che non hanno una famiglia adeguata potrebbero trovare nella scuola e nell’insegnante il riferimento di cui hanno bisogno. Però oggi, al di là del fatto che esistono ancora buoni docenti, la scuola come sistema è allo sbando. Qual è la chiave di volta? Bisognerebbe aumentare il numero di insegnanti anziché limitarlo, perché non si può fare lezione a ragazzi complessi quali quelli di oggi, con classi da 28 alunni. Se nelle scuole le classi fossero formate da 14 studenti già si potrebbe fare di più. Lo dico con cognizione di causa, avendo insegnato Storia e Filosofia prima di fare il giudice. Amavo ed amo talmente il rapporto con i ragazzi che, anche prima di laurearmi, ho avuto esperienze di lavoro nelle scuole medie di periferia, per raggiungere le quali mi alzavo alle cinque del mattino. Com’era insegnare allora? Già molto difficile. Ricordo che pur essendo molto giovane mi inventavo le cose e i percorsi più atipici per conquistare la classe. E ho lasciato l’insegnamento proprio perché il mio modo di educare non era condiviso dai Presidi. Il mio approccio con gli studenti era una strategia innovativa ma non compresa, essendo all’epoca ancora troppo forte il legame con un metodo tradizionale e, però, obsoleto. Ciò che per me contava era conquistare l’attenzione degli studenti, accattivarmi il loro interesse. Insegnare senza coinvolgere è l’errore di molti professori, eccellenti nella materia di riferimento ma impreparati ad andare incontro alle esigenze dei giovani. Sul banco degli imputati, accanto alla scuola, spesso c’è la famiglia. E’ in famiglia che si impara il rispetto delle regole. Una famiglia che non sa o non vuole dare le regole può ad un tratto svegliarsi e accorgersi che ha perso suo figlio, perché frequenta i “delinquenti” della zona, perché si droga, perché comincia a rubare in casa e fuori. Il ragazzino che si sbanda è il ragazzino che non è stato abituato da bambino a dei no che devono essere e rimanere dei no, pur sempre motivati. E anche l’assenza paterna, quando c’è, è un fattore che gioca un ruolo importante. Dunque la formazione comincia dalla culla. Noi mettiamo il bambino nel box perché cominci a reggersi e non cada, perché non vada ad aprire cassetti e a chiudersi le manine dentro. E così, man mano che cresce, il ragazzino deve avere dei paletti da non oltrepassare, fino al raggiungimento della sua autonomia. Senza regole non si gioca, e figurarsi se si diventa adulti. I genitori sono colpevoli, distratti? I genitori devono essere aiutati. Io credo in un programma di prevenzione reale. Per esempio, non appena un bambino viene portato a vaccinarsi ci dovrebbe essere una equipe di psicologi ed esperti ad accogliere e colloquiare con i genitori, per capire se all’interno della singola famiglia ci sono problemi come maltrattamenti, un padre assente, instabilità. Occorre intervenire subito, perché individuare le difficoltà a danno fatto è inutile. Lei ha svolto la funzione di Giudice presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, di Napoli e, dal 2009, è presidente del Tribunale per i Minorenni di Roma. Ci sono differenze tra queste tre realtà? Sicuramente si. Milano è superiore sia nell’ organizzazione del territorio sia nell’ affiatamento di lavoro in equipe. Più si scende nel Sud, più aumenta la difficoltà di lavorare insieme e la competitività reciproca. Io dico sempre che se il coro è nato tra gli alpini nel Nord, noi al Sud invece abbiamo la tradizione della canzone e ognuno si canta la propria. Di Napoli posso dire, però, che la gente è molto più generosa e disposta a chiedere anche l’ affidamento di ragazzi con problemi, come di ragazzi grandi. Già qui a Roma si fa più fatica a collocare il ragazzino più grande di otto/dieci anni. Abbiamo la maglia nera come tasso di natalità ma siamo, dopo gli Stati Uniti, il Paese che adotta di più all’estero: 3.964 bambini nel 2009, e le cifre sono simili anche nei cinque anni precedenti. L’adozione internazionale viene preferita a quella nazionale? Non potrebbe essere altrimenti, perché i bambini italiani abbandonati sono in numero certamente minore della domanda da parte delle coppie. Sul punto ho tuttavia registrato, per esempio qui nel Lazio, una propensione esasperata a salvare la famiglia di origine anche laddove non sia assolutamente recuperabile. La conseguenza è il collocamento dei bambini nelle case-famiglia, dove restano anche dai cinque ai dieci anni, addirittura tredici. Questi bambini diventano adulti nelle strutture mentre la loro famiglia non si è recuperata e anzi sta peggio di prima. E mi sorprende che le strutture e i Servizi sociali non tempestino il Tribunale per affidare i bambini a famiglie pronte ad accoglierli. Sono convinta che sì la famiglia vada aiutata ma entro un tempo accettabile e compatibile col tempo dei bambini, che non è lo stesso degli adulti. E siccome alle parole per me seguono i fatti, da poco più di un mese ho iniziato una verifica nelle case-famiglia, tirando fuori già decine di bambini che vi languivano da anni. Dal 2001 al 2005 lei ha presieduto la Commissione per le Adozioni Internazionali e spesso si è pronunciata in favore del ridimensionamento dei costi per l’adozione internazionale, che si aggirano mediamente sui 20.000 euro. Secondo me non è valido il metodo attuale, che consente la deduzione dal reddito complessivo del cinquanta per cento delle spese sostenute dai genitori adottivi. Gli Enti, infatti, mi dicono che molto spesso coppie scorrette inseriscono tra i costi spese folli come pellicce, pernottamenti in grandi hotel, pranzi in ristoranti di lusso. La mia proposta è rendere gratuito tutto ciò che viene fatto in Italia, in virtù di una sinergia tra gli Enti autorizzati e gli Enti locali quali i Comuni, le Province, le Regioni. Per il resto, è giusto che quanto si svolge all’Estero sia a carico della coppia, che andrebbe sostenuta dallo Stato solo in caso di condizioni economiche precarie. Aiutare tutti indistintamente è contrario al principio imprescindibile di uguaglianza sostanziale sancito dalla Costituzione. Perché si chiede ai genitori adottivi di stare un po’ di tempo nel Paese d’origine del bambino? Si vuole che ci siano i colloqui con le famiglie, che il bambino conosca la coppia e si abbia un inizio di integrazione anche in quel Paese. Io lo ritengo giusto, e non parlerei affatto di spese inutili. In fondo, una coppia che decide di avere un figlio affronta comunque tante spese, a partire dalle visite ginecologiche. La disabilità di un aspirante genitore adottivo preclude l’adozione? Se uno soltanto dei due genitori ha una disabilità, questo non deve essere di ostacolo ad una possibile adozione. Qualche giorno fa sulle pagine dei quotidiani è ribalzata la notizia che una donna single americana, dopo averlo adottato, ha rispedito indietro un bambino perché, a suo dire, “troppo violento e con gravi problemi psicologici e comportamentali”. Cosa ne pensa? E’ un fatto grave che da noi non sarebbe potuto accadere perché, se la prima non riesce, ci adoperiamo per una seconda adozione in Italia e lo comunichiamo al Paese straniero, sia prima per agire di comune accordo, sia dopo per far sapere dove è collocato il suo bambino. E’ favorevole a concedere il diritto di adozione ai single? Muovendo dal presupposto che un single non può essere equiparato a una coppia, è indubbio che si tratti di un’adozione cui prestare un’attenzione particolare. Non ho un parere negativo al riguardo ma credo sia un’adozione possibile solo in alcuni casi e per determinate situazioni. La legge 54/2006 sull’affido condiviso ha di fatto elevato a regola l’audizione del minore nei procedimenti di separazione. A distanza di quattro anni da tale evento, ci si interroga se l’istituto abbia trovato puntuale applicazione nelle prassi dei Tribunali ordinari, soprattutto con riguardo alle modalità e tecniche di ascolto capaci di rendere il meno possibile traumatica la fase dell’ascolto del minore. Come giudica la disomogeneità dei primi riscontri? La debole giustificazione è che i minori sono tanti e i giudici pochi. Il bambino si deve sentire accolto. Il giudice deve andarlo a prendere sulla porta, gli deve spiegare perché lo ha convocato, lo deve rendere protagonista, non indagato, trasmettendogli la tranquillità di dire ciò che veramente sente. Il problema è che se un giudice in quel giorno deve espletare dieci udienze, non ha il tempo di dedicarsi in modo particolare ad un singolo caso, per quanto sia delicato. L’AMI si batte da tempo per l’istituzione del Tribunale per la Famiglia. Lei è favorevole? Decisamente si. Penso a un tribunale in cui accanto ai giudici togati vi siano vari staff, composti da psicologi e da persone a cui poter delegare molteplici funzioni, tra cui proprio l’ascolto dei minori. Il giudice, infatti, è un tecnico in cui l’empatia o la sensibilità sono doti aggiuntive ma non scontate. La verità è che per fare il Giudice Minorile non serve soltanto essere un tecnico ma anche un conoscitore dell’animo umano. Proprio per questo motivo sono indispensabili la specializzazione e l’aggiornamento. Chi è l’avvocato del minore e come si rapporta con il curatore speciale? Da un punto di vista strettamente giuridico sono due figure distinte e tali dovrebbero rimanere. Il curatore è una figura processuale il cui ruolo può essere rivestito da chiunque sia capace di prendere in carico il vissuto di un minore ed individuarne il miglior futuro possibile. Non deve essere un avvocato ma noi scegliamo molto spesso un avvocato perché così evitiamo di nominare l’avvocato del minore. Lei ha figli? Si, ho tre figli e sono già nonna. E’ vero che non esistono buoni genitori ma solo persone che cercano di essere dei buoni genitori? Di certo non esistono i genitori perfetti. I buoni genitori sono quelli che costantemente si fanno un esame di coscienza, chiedendosi come migliorare il rapporto quotidiano con i figli, e come riservare parte del proprio tempo a loro. Il suo peggior difetto e la migliore qualità come genitore. Sono stata una madre affettuosa ma mai coccolona o ultraprotettiva e ho cercato sempre di rendere i miei figli delle persone forti. Ho tanti piccoli difetti e forse non sono mai stata capace di lasciare fuori dalla casa tutti i pensieri dell’ufficio, anche se ho sempre trovato il tempo da dedicare alla famiglia. Mio figlio mi rimprovera di averli rimpinzati troppo di cibo e di averli coperti troppo di lana, procurandogli raffreddori. Ho controllato molto le loro amicizie, e tutti e tre si lamentavano per non averli mai mandati a dormire a casa degli amici. Ho sempre pensato che anche la migliore delle case possa nascondere molte cose. Il ricordo che non dimentica. Quando ho assunto la Presidenza dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia, i miei figli frequentavano le scuole medie. Li ho radunati e gli ho chiesto cosa ne pensassero di quell’ eventuale nuovo impegno della mamma, spiegando che una risposta positiva avrebbe causato una diminuzione del tempo da trascorrere insieme. Il bambino più grande mi disse: “Mamma, tu fai tante cose per i bambini ed è giusto che una volta tanto tu abbia una soddisfazione”. E quello che se ci pensa ancora sorride. Li ho sempre addormentati io, raccontandogli una favola. Poi arrivava mio marito e chiedeva: “si sono addormentati?”. E loro: “Papà, si è addormentata mamma!”. Succedeva che parlando mi addormentavo e il giorno dopo mi riferivano le mie parole confuse tra veglia e sonno: “Allora Cenerentola entra in quella casa e…Presidente devo sentire quella persona…”. fonte: www.ami-avvocati.it di Gilda Fasolino (scritto il 03/12/2010 - 10.22.18)