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NAAA Onlus

Un anno dopo....

Fam. Pauletto

Un anno dopo....
14 dic 2004

... non sappiamo nemmeno noi perché, a distanza di circa un anno e mezzo, abbiamo pensato di scrivere e far conoscere la nostra storia. La nostra adozione! Adozione, che bella parola. Leggevamo su di un libro ("Adottare un figlio" di Marco Scarpati) che in una lingua dell'India, adottare si traduce con. Ed é proprio cosi'...Si prende sulle ginocchia un figlio senza genitori (a volte) e tu genitore senza figli (non sempre) diventi finalmente una famiglia. E così termina la nostra storia. Per lo meno un capitolo della nostra vita, perché adesso come adesso se ne sta aprendo un altro. Un'altra adozione e domani un'altra storia. Ma vediamo di iniziare almeno la prima... Siamo una coppia adottiva (Franco e Roberta) e finalmente ora genitori adottivi. Per noi non é per nulla strano, ma tanta gente, anche per strada, fermandoti ci elogia per la scelta fatta. Frasi tipo "ce ne fossero di persone come voi!" sono anche ormai obsolete e retoriche. Che siamo speciali (noi tutti genitori adottivi) lo sappiamo già, ma non perché pecchiamo di presunzione. Ce ne accorgiamo ogni volta che guardiamo nostro figlio Nicolò (nome alla nascita Nguyen Van Hung): l'unica cosa che pensiamo é che siamo stati fortunati, e per questo speciali, nell'avere un bambino così meraviglioso, intelligente, sensibile, bellissimo e altri aggettivi positivi che finora non hanno ancora inventato. Le emozioni del percorso dell'adozione (soprattutto prima del decreto) sono varie: si passa dall'euforia, all'ansia, allo scoramento. Il tutto armati di santa pazienza. Ulteriore pazienza, anche perché chi arriva a questa decisione non ci arriva a cuor leggero, ma dopo mesi se non anni (come noi) di riflessioni. Tutto inizia, finito il periodo delle riflessioni, nel luglio 1997. Esattamente il giorno 21 luglio 1997, quando siamo stati convocati per l'incontro di gruppo al Tribunale dei Minori di Trento, con l'assistente sociale. Siamo a Trento, provincia di una regione autonoma a statuto speciale, dove tutto é diverso dal resto d'Italia per tante cose (a volte significa soprattutto più agevolazioni e privilegi). Ma non per l'adozione. Ci sono persone che hanno atteso vari anni prima di ottenere il benedetto decreto: con noi inizia per fortuna una nuova era. Il tribunale poi dà una limitazione nell'adozione di due minori: inserisce la clausola "purché fratelli". Dunque, siamo nel caldo luglio 1997, speranzosi che dopo le vacanze, per il tribunale durano fino a settembre, si dia il via alla chermes. Ma passa settembre, ottobre, novembre e dicembre. Lo sconforto é grande. Tanto desiderosi di intraprendere questa strada, quanto delusi dal silenzio delle istituzioni. Unico consiglio dell'assistente sociale, per altro molto buono, di appoggiarci ad alcuni gruppi volontari di genitori adottivi. Pronti! Uno a Trento e un corso a Verona. Finalmente si parla d'adozione: anche perché a volte la coppia arriva a questa decisione quasi in punta di piedi. Non hai voglia di spiegare questa scelta che ancora molti la collegano alla "colpa" della mancata procreazione. E ti compatiscono: "Poveretti, perché non potete avere figli?" Queste serate e fine settimana ci aiutano, ci rafforzano e ci permettono di conoscere quelli che adesso sono i nostri cari amici e la maggior parte dei loro figli, la squadra vietnamita in Trentino e nel Veneto. Poi tutto all'improvviso: marzo e aprile i colloqui (che non sono per niente inquisitori) ed infine le visite mediche. E finalmente dopo un anno, il 14 luglio 1998: il decreto, la patente. Evviva, genitori (sulla carta) di due bei pargoletti, ovviamente fratelli. Per scaramanzia ci siamo mossi solo gli ultimi mesi, ovvero da maggio in poi, ma tutte le associazioni (erano poi 3!) contattate richiedevano il decreto. Pazienza! A settembre un ulteriore giro di telefonate: costi, corsi, tariffe. Poi una voce, tranquilla, lontana (era dalla Spagna, in ferie) diversa dalle altre, pacata, parlava con l'entusiasmo di un bambino della sua Associazione, che in quel momento era chiusa per le vacanze estive. E' bastato un incontro con la responsabile di zona a Trento per decidere quale doveva essere la nostra Associazione: il NAAA. E un passo era fatto: adesso c'era solo da scegliere il paese di provenienza di nostro figlio: piccolo particolare! Nella nostra mente e nei nostri discorsi il bambino é sempre stato presente, ma era senza volto, senza sesso e senza nazione. Era un piccolo angelo: ma ora dovevamo portarlo sulla Terra, in Italia. Sì, ma da dove? Scartati vari paesi per la lunga attesa prima e dopo l'abbinamento, e per la lunga permanenza in loco con il bambino, il campo si era ristretto su Russia e Nepal. Quando la pacata voce del NAAA aveva elencato i vari paesi, tra cui il Nepal, un piccolo campanellino era scattato: perché no i paesi asiatici, così ricchi di storia, poi il Nepal era così affascinante?! Deciso, doveva essere il Nepal. Ma all'incontro a Legnano, dove ci siamo recati per comunicare la nostra decisione, ci parlano anche e soprattutto del Vietnam. Il Vietnam, paese strano, ce lo ricordavamo solo per la guerra, paese peraltro sconosciuto anche dalla maggior parte di tour turistici. Ci siamo guardati un po' esterrefatti! Poi, vinti i primi dubbi, ecco le note positive: soggiorno breve (il fattore permanenza pesa, non a livello finanziario, per lo meno in questi paesi) e soprattutto tempi di attesa altrettanto brevi (al Nord). E' fatta! Così piano piano scopriamo altre qualità: da un breve filmato, girato personalmente dai responsabili, possiamo renderci conto delle condizioni dei bambini vietnamiti negli orfanotrofi. Faccine belle, simpatiche, un po' tristi (chi non lo sarebbe?), ma vispe, a differenza dei loro coetanei di altri paesi. E così in ottobre 1998, torniamo a Trento, eccitati, con un plico di carte da predisporre. Non so se fortuna, tempo o determinazione, ma nel giro di 7-10 giorni, riusciamo ad avere tutto pronto per la spedizione alla sede NAAA, dove i documenti vengono controllati accuratamente (ci correggono i compiti!) prima della legalizzazione, atto finale! Tutto bene. Con grande sollievo e con un po' di ansia (si teme sempre che non possa andar bene qualche documento, nonostante il controllo) gli stessi vengono poi spediti dall'Associazione in Vietnam. Finalmente si stava avverando il nostro sogno: una famiglia. Sul piano emotivo é un periodo felice e relativamente tranquillo. Avevamo passato indenni i colloqui per il decreto, (anzi sono stati anche piacevoli); il decreto così tanto sognato e sospirato, una volta ricevuto non si é rivelato che un pezzo di carta; la corsa dei documenti per il Vietnam si é conclusa ottimamente, e adesso ci godiamo il meritato relax psico-fisico. E per di più abbiamo avuto modo di conoscere tante altre coppie e scambiare idee e suggerimenti. Ci si sente sicuri pensando di aver scaricato su altre persone (competenti), non solo i documenti, ma l'intera pratica di adozione. Il nostro desiderio, il nostro sogno in mano ad altre persone! A pensarci vengono i brividi, ma se si ripone il massimo della fiducia in queste persone, tutto diventa più facile, anzi finalmente ci si rilassa. E così é stato. Una sera di gennaio (1999) una telefonata in segreteria mi avvisava di richiamare l'Associazione per comunicazioni. A conti fatti, forse era l'abbinamento. Eccome che lo era!!!! Io che l'avevo ascoltata per prima, non sapevo se ridere, piangere, dirlo subito a Franco, o aspettare che rientrasse di lì a poco dal lavoro. Mi rendevo conto solo che quel giorno era il più bello della mia vita. O per lo meno ne ero convinta fino a quando 2 mesi dopo ci fu un'altra telefonata per comunicarci la partenza. Ma torniamo all'abbinamento: un bambino nato (più che nato, trovato) il 18 aprile 1998 ad Hanoi. Dalla scheda scopriamo che é stato abbandonato dalla madre (una piccola fortuna, e lo scopriremo quando ci troviamo ad Hanoi per la cerimonia). Una sola foto, tipo foto tessera, ingrandita dall'Associazione. Ma noi quella foto ce la siamo messa dappertutto: sul computer come screen saver, nel portafoglio, abbiamo tappezzato la casa di ulteriori ingrandimenti. Avevamo persino fatto le fotocopie delle schede che tenevo sempre in borsa. Gli originali erano ben chiusi in un cassetto a prova di polvere e di stropicciamenti. Il primo mese dopo l'abbinamento é passato abbastanza in fretta: eravamo ancora sull'onda dell'entusiasmo. Ma poi é bastata una serata in compagnia di altri due genitori adottivi (Nicoletta e Lucio Rosati) in attesa di partire anch'essi per il Vietnam a farci scoppiare la frenesia. Dal giorno dopo abbiamo iniziato i preparativi: assemblato la cameretta, montato il lettino, fatto shopping. Mai shopping fu così liberatorio. Ci siamo proprio divertiti a riempire il carrello di magliette, pantaloni, tutine, body, calzini. Per il suo complimese (18 febbraio festeggiava i 10 mesi) gli ho persino comprato un regalo! Serviva più a me che a lui; a quel tempo era lontano migliaia e migliaia di km. Era ancora troppo lontano. L'Associazione giustamente non si sbilanciava sulla partenza, non sapendola nemmeno loro, e continuavano a ripeterci che ogni adozione ha una sua storia e un suo tempo. Non potevamo basarci su esperienze precedenti: d'altronde dai 5-8 mesi preventivati per la partenza si era passati ai 2-3 mesi (il Nord é più veloce). Pazienza, aspetteremo. Non facciamo altro da un anno e mezzo, continueremo a farlo. Un bel giorno (é proprio il caso di dirlo) sul lavoro vengo chiamata dal responsabile di Legnano: strano, ma in fondo non aspettavo altro. Con una semplicità allarmante mi comunica che si parte. Bisogna essere ad Hanoi per il giorno 28 marzo 1999!! Eccolo il più bel giorno della mia vita. Quel giorno non sono più riuscita a lavorare. Ero presente fisicamente, ma camminavo 20 cm dal pavimento e la mia testa era già sull'aereo. Ultimi giorni da coppia! Ultime corse per spedire passaporti, riceverli con il visto appena il giorno prima della partenza! Tra l'altro siamo quasi vicini alle vacanze pasquali, per cui i voli sono tutti pieni, ma un paio di posti per noi li hanno trovati. Le valigie del bambino e quelle zeppe di regali da portare all'orfanotrofio sono pronte da un bel pezzo. Le nostre si fa presto a farle. Ricapitolando 5 (cinque!) valigie: 1 per noi, 1 per Nicoló e 3 per l'orfanotrofio. Quest'ultime sono piene di vestiti, giocattoli e altri beni che abbiamo radunato con il passaparola tra amici. Nessuno si é tirato indietro. I colleghi, gli amici, i parenti ben contenti di partecipare ad una iniziativa benefica che avrà una destinazione certa. All'emozione della partenza si somma l'emozione di andare a prendere nostro figlio! Il viaggio, piacevole, sembra non finire mai, anche perché sono tante le ore di volo (2 ore da Venezia a Parigi e poi altre 14 ore da Parigi ad Hanoi). Come saranno i nostri prossimi giorni? Come sarà l'incontro con lui? Per tanti anni lo abbiamo immaginato, ed ogni volta era diverso. Un caldo avvolgente ci accoglie all'aeroporto di Hanoi. Siamo partiti con il cappotto (28 marzo!) e qui si gira in maniche corte. Nella baraonda del terminal arrivi, piena di tassisti, e di gente che ti invita non so dove, riconosciamo con sollievo il gagliardetto dell'Associazione NAAA con il nostro cognome: PAULETTO.Durante il tragitto tra l'aeroporto e la città di Hanoi, tentiamo pure di fare conversazione in inglese con il nostro accompagnatore, ma francamente non siamo in grado di capirlo. E' un inglese che tira più sul vietnamita! Stanchi e sfasati dalla differenza del fuso, facciamo un giro di perlustrazione nel centro di Hanoi dopo aver depositato tutti i nostri bagagli nell'Hotel. Hotel provvisorio in attesa che l'indomani ci si trasferisca all'hotel Claudia. L'impatto con Hanoi non é stato dei migliori: l'alberghetto un po' scadente, il giro turistico a stretto contatto con la povertà di questo popolo, la lontananza da casa (ebbene si, siamo un po' campanilisti), ci ha messo un po' di malinconia. Poco male, una buona dormita non ci farà che bene. Dormire, chi ci riesce?? Ogni tanto ci viene in mente il motivo di questo viaggio: e l'indomani sarà il grande giorno.E il giorno seguente, le ore che ci separavano dall'incontro sono state lunghe, molto lunghe. Ma finalmente a mezzogiorno cambio di Hotel e ad aspettarci c'era nostro figlio! Piccolo, spaventato, spaurito in braccio ad un assistente. Non ha fiatato quando é passato da un braccio all'altro. Dal suo al nostro. E poi abbiamo capito il perché: aveva la febbre e alta. Quindi abbiamo passato le ore successive con lui sempre in braccio, addormentato o comunque semi-incosciente. Noi sprovveduti, buoni zii, ma inesperti genitori siamo stati accompagnati in questa avventura dalla dolce presenza di "mama Claudia", la quale aveva una medicina per tutto; un'attenzione non solo per Nicoló, ma anche per questi due poveri genitori senza una benché minima esperienza. Una volta guarito dalla febbre, si scopre la scabbia: pazienza, poteva avere di peggio. Creme, cremette, bagnetti sono durati per quasi due mesi. Intanto tra le operazioni di pulizia nostra e soprattutto sua, incominciano i progressi. Due giorni dopo il nostro incontro, Nicolo' ha voglia di gattonare, e qui i primi pianti di commozione; poi i primi passi, i suoi primi abbracci, addormentarsi l'uno nelle braccia dell'altro. E giù altri pianti. Gli ormoni di Roberta erano impazziti: qualsiasi motivo era buono per far lacrimare gli occhi! Quando abbracciavamo quell'esserino di circa 8 kg pensavamo che era tutto quello che avevamo finora desiderato. E chi non si commuoverebbe? Altra occasione per bagnare i fazzoletti ce l'ha data la cerimonia ufficiale per l'adozione: quando si firmano i documenti con la direttrice dell'orfanotrofio, i funzionari statali, gli interpreti e i genitori naturali. E' un momento che di sicuro non dimenticheremo mai, vedere due genitori, oppure una madre, firmare dei documenti e abbracciare per l'ultima volta il proprio figlio. Scioglierebbe anche il più duro dei duri. E per nostro figlio non c'era nessuno: nessun papà, nessuna mamma. Peccato o fortuna? Due settimane sono sembrate due mesi. Per noi adulti, abituati alla libertà più assoluta, dipendere dai suoi pasti (basati ancora su latte in polvere e crema di riso a quasi 12 mesi!), dai suoi sonnellini e soprattutto dalle incombenze burocratiche (svolte con un altro prezioso supporto: Bobo, un nome, un programma!) era psicologicamente faticoso. Così di quello che ora reputiamo uno stupendo paese, abbiamo assaporato veramente poco. I soliti giretti, abbastanza brevi, in mezzo ad una città caotica, piena di biciclette e motorini, e mediamente molto povera. Ed é quest'ultimo particolare che ti mette in imbarazzo. La gente che incontri per strada ti guarda, vede il bambino, un loro bambino e poi ti sorride e dice: "Baby Vietnam", quasi contenti di sapere che almeno lui, il nostro baby Vietnam, avrà una vita più facile della loro. La nostra vita a Hanoi é stata ulteriormente complicata dal fatto che eravamo gli unici italiani ospiti di mama Claudia. Eravamo in mezzo ad americani e canadesi, e quindi la nostra vita sociale era veramente ridotta al minimo. Eravamo davvero soli, e questo non ha certo contribuito a rilassarci e goderci pienamente il paese di nostro figlio, con nostro figlio! Questo é successo per fortuna dopo, a casa, nella sicurezza delle nostre mura domestiche, guardando il video, le foto e ricordando. Abbiamo adottato non solo un bambino vietnamita, ma l'intero paese. Siamo fieri del Vietnam ed ora qualsiasi cosa che riguarda quel piccolo paese lontano ore 18 di volo richiama la nostra attenzione, come qualsiasi problematica inerente i bambini. Non ci sentiamo più buoni perché abbiamo adottato, ma molto più sensibili in quanto semplici genitori. Abbiamo rallentato la nostra precedente vita frenetica, per soffermarci sui problemi dell'infanzia e stimoliamo i nostri amici, conoscenti e parenti a fare altrettanto. Ogni occasione é buona per pensare a chi non é stato fortunato come nostro figlio, e gli altri suoi amici, a trovare una famiglia. E infine un pensiero va anche alla madre naturale di Nicolò, che aleggia sopra le nostre teste come un angelo. Sì, un angelo e non un fantasma! Di lei possiamo solo fare congetture: forse troppo giovane, forse ragazza madre. Di lei possiamo solo pensare alla disperazione di dover abbandonare il suo bambino, e chissà ora se sta immaginando a dove lui possa essere. Forse é un'immagine troppo romantica dell'abbandono, ma preferiamo pensarla così. Forse in fondo ai nostri cuori, esserle riconoscenti di aver scelto di far vivere nostro figlio per ben due volte!!