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E' arrivata Elena

di Cinzia e Stefano

E' arrivata Elena
14 dic 2004

Ci siamo sposati il 10 febbraio 1991 (dopo ben nove anni di fidanzamento) e nel nostro cuore c’e’ sempre stato posto per un bambino...Siamo partiti pieni di entusiasmo e abbiamo cominciato la “ricerca” la notte di Natale del 1991. Eravamo sicuri si trattasse della conseguenza logica di un atto d’amore; e noi ci siamo sempre amati tantissimo. Pensavamo che dal nostro grande amore sarebbe nato un bellissimo, intelligente e vivace bambino, un bambino di quelli veri con un bel naso, una bella bocca, occhi stupendi, manine grassottelle e piedi da baciare. Invece quel bambino non e’ mai arrivato. Dal 1993 al 1999 abbiamo trascorso gran parte del nostro tempo negli studi di vari medici ed abbiamo fatto ogni tentativo possibile per poter avere un bimbo nostro, solo nel 1998 dopo un fantastico viaggio alle Seychelles si e’ verificata una gravidanza. Ricordiamo ancora le parole del medico: “questa volta ci siamo il valore e’ positivo..”. Eravamo talmente felici da non riuscire nemmeno a camminare e a parlare. Ma purtroppo abbiamo dovuto abbandonare in fretta l’idea di questa gravidanza, durata pochissime settimane ma alla quale ci eravamo affezionati da matti. La nostra vita senza un figlio ci sembrava completamente vuota anche se abbiamo sempre cercato di trovare il lato positivo nelle situazioni che in realta’ erano drammatiche. La nostra forza consisteva nel fatto di non abbatterci mai insieme, ma quello che nel momento di dolore era piu’ forte dava la forza necessaria a quello piu’ debole…ed e’ sempre stato cosi’. I medici hanno sempre detto che non riuscivano a capire come mai non arrivasse questa gravidanza visto che non c’erano condizioni tali da non far sperare nel successo della stessa. Abbiamo sentito il parere di un luminare che ci ha consigliato di andare avanti a cercare il nostro bambino. Ma noi proprio non ce la siamo piu’ sentita, era diventato troppo doloroso tutto ed e’ proprio vero che “la vita non e’ giusta come la si vorrebbe”. Grazie al cielo avevamo la consolazione dei nostri dieci meravigliosi nipotini che ci hanno aiutati a non sentirci mai completamente soli. Anche se abbiamo avuto periodi (almeno per me Cinzia) in cui la notizia di una nuova gravidanza per un altro diventava per me come una nuova condanna a morte. Non sappiamo esattamente quale sia stata la molla che abbia fatto scattare in noi il desiderio di adottare un bambino, sappiamo solo di aver amato senza riserve tutti i bambini che ci sono capitati intorno ed e’ forse per questo che ci siamo sentiti pronti. Stefano all’inizio era un po’ scettico: lo spaventava da matti la burocrazia che ruota intorno all’adozione e la sensazione che non tutto fosse “pulito”, poi ci siamo sempre sentiti abbastanza sfortunati da pensare che sicuramente ci sarebbe andata male. Abbiamo iniziato, come fanno un po’ tutti, frequentando un corso tenuto dalla ANFAA durante il quale abbiamo sentito la testimonianza di due famiglie adottive una con una esperienza in nazionale e l’altra con un’esperienza in internazionale. Erano persone molto simpatiche e serene ma ci spaventavano un po’ con l’idea che il bambino adottivo doveva avere genitori piu’ forti del normale, piu’ giovani possibili e che non si potevano permettere di sbagliare mai. E noi ci chiedevamo perche’ questo genitore adottivo dovesse essere cosi’ forte e diverso dagli altri: nessuno nasce genitore, genitore si diventa. Parallelamente al corso abbiamo presentato domanda al Tribunale dei Minori di Milano il 23 aprile 1999 per adozione nazionale e internazionale. Dopo i colloqui con Carabinieri e Servizi Sociali, svoltisi in un clima di totale serenita’ e partecipazione, il 14 ottobre 1999 abbiamo avuto l’idoneita’ per l’adozione internazionale (se non avessimo telefonato noi nel mese di novembre per sapere qualcosa, non avremmo saputo niente fino al 12 dicembre 1999 – tenendo conto che il tempo e’ prezioso in questa circostanza….). Seguendo l’esperienza, a noi parsa rassicurante, di alcune famiglie adottive il 26 novembre 1999 ci siamo iscritti all’associazione Arcobaleno che seguiva il canale russo. Il 5 marzo 2000 abbiamo inaspettatamente ricevuto la prima chiamata nazionale. Io mi trovavo a Parigi per lavoro ed ho fatto i salti mortali per essere presente quel giorno, il colloquio e’ stato molto cordiale ma non ci hanno fatto sapere piu’ niente, guardavamo il telefono ogni giorno ed ascoltavamo la segreteria con la speranza che ci fosse qualche notizia per noi. Il 3 aprile 2000 arriva la seconda chiamata nazionale. Il giudice ci chiede se una volta adottato un bambino avremmo fatto qualcosa per evitare una gravidanza, ipotesi per noi tanto gradita quanto inimmaginabile dopo dieci anni di tentativi falliti: risposta sbagliata e il giudice ci congeda con frasi di circostanza. Il 21 settembre 2000 arriva la terza chiamata nazionale e tra noi pensiamo che “e’ fatta”. Niente di piu’ sbagliato: il giudice ci riceve con due ore di ritardo e ancora sulla soglia della stanza e senza guardarci ci chiede sgarbatamente “negro: lo volete si o no”. Stefano ed io siamo stati colti totalmente alla sprovvista e abbiamo chiesto spiegazioni e lui per tutta risposta “quello che ho detto: ho da piazzare un negro lo volete si o no”. Stefano ed io siamo usciti per non prenderlo a ceffoni. Ma come e’ possibile che una persona cosi’ sgradevole faccia questo mestiere? Lui non si fida di noi quando ha in mano carte che gli dicono anche il numero di calzini che portiamo e noi ci dobbiamo fidare di lui… e poi anche i bambini biondi con gli occhi azzurri hanno diritto ad avere una mamma ed un papa’ se non ce l’hanno. Un bambino e’ un bambino. Siamo usciti da quel colloquio completamente distrutti perche’ noi la vedevamo come aver detto di no ad un ipotetico bimbo e questo veramente ci straziava il cuore. Grazie anche ai Servizi Sociali siamo comunque riusciti a rimetter insieme i pezzettini della nostra convinzione. Purtroppo le disgrazie non vengono mai sole e nell’ottobre del 2000 la nostra associazione non viene inserita nell’elenco delle associazioni autorizzate dalla Commissione per le Adozioni Internazionali e cosi’ un anno e’ stato completamente buttato via. Casualmente parliamo con una coppia che ha adottato un bambino Vietnamita con il N.A.A.A. un’associazione di Cirie’ (TO), con questa associazione abbiamo avuto il primo colloquio il 29 novembre 2000. Ci sono subito piaciuti Cinzia e Ferruccio, l’ambiente era molto familiare e loro sono stati veramente molto chiari in tutto. Ci siamo allora iscritti il 28 dicembre 2000, il 27 gennaio 2001 abbiamo partecipato al corso denominato Zig-Zag. In questo corso erano state inserite un po’ tutte le coppie che, come noi, erano iscritte ad associazioni che poi non sono state riconosciute. Devo dire che Cinzia durante il corso e’ stata come al solito speciale rispondendo con comprensione alle domande di tutti, anche le piu’ assurde: “vorremmo un bambino vivace ma non troppo”, “nato il … un giorno dopo non va bene….”, “oddio rifare un documento” … una tragedia. Al corso, Cinzia fa passare filmati di alcuni istituti nei vari paesi e si sofferma su un filmato di un Istituto Ucraino dove c’e’ un meraviglioso bimbo gipsy: noi le chiediamo come mai un bimbo “di colore” in Ucraina e lei ci spiega che spesso ci sono razze diverse, miste e che anzi le hanno proprio recentemente parlato di una bimba mulatta in Ucraina…. Non so cosa mi sia successo mi sono sentita chiamare da questa bambina ed ho chiesto a Cinzia informazioni, lei mi ha detto di attendere il termine del corso. Non vedevo l’ora che finisse il corso per sapere qualcosa della bimba che, non so spiegare come o perche’, gia’ sentivo mia. Finito il corso Cinzia ci parla di una segnalazione di una bimba mulatta di tre anni e mezzo che in Ucraina difficilmente verra’ adottata, e ci dice di richiamarla entro il giorno successivo se fossimo stati interessati. E’ cosi’ ho in iziato a tormentare Stefano per tutto il viaggio, gia’ totalmente convinta: “e’ cosi’ piccola e non la vuole nessuno”. Stefano cercava invece di farmi ragionare sulle eventuali difficolta’ che avrebbe potuto incontrare. In ogni caso Stefano ed io non abbiamo dormito tutta la notte pensando alla bimba ma al mattino la decisione era quella di dire no a Cinzia. Al mattino in ufficio ne ho parlato con una collega e piangendo le ho detto quanto mi sarebbe piaciuto ricevere una telefonata da Stefano che mi dicesse: “dai prendiamola”. Non faccio in tempo a rientrare dal caffe’ che arriva la telefonata del mio splendido marito che mi dice che non se la sente proprio di voltare le spalle al destino e che quella era la nostra bambina. Ho iniziato a baciare la cornetta del telefono, non mi ero sbagliata: mio marito e’ speciale ed io lo amo per questo. Io sono molto istintiva lui ha bisogno di piu’ tempo per prendere delle decisioni importanti ma quando le prende non si pente mai. Ho chiamato Cinzia per raccontarle tutto e lei ha preso nota della cosa e ci ha ringraziati per la nostra disponibilita’. Il NAAA, dopo averci assegnato l’Ucraina come paese, ci ha fatti partecipare al corso Paese che vai il 16 febbraio 2001 ed in quella occasione Cinzia ci ha comunicato il nome della bimba: Olga. Non solo, i tempi previsti per la partenza, data l’eccezionalita’ del caso erano ristrettissimi, entro la fine di marzo. Una coppia del nostro gruppo aveva appena ricevuto la notizia della loro partenza per l’Ucraina. Erano al settimo cielo e lo eravamo anche noi visto che mancava pochissimo alla partenza. Non abbiamo mai capito cosa sia realmente successo ma la nostra partenza da marzo e’ arrivata a giugno. Ed io chiedevo sempre conferme sulla bimba e rassicurazioni che nessuno ce la portasse via. Finalmente arriva la telefonata che ci comunica di prepararci perche’ la partenza e’ imminente. Evviva finalmente conosciamo la nostra piccolina. Per sei mesi abbiamo vissuto pensando solo ed esclusivamente a lei rinunciando a impegni di lavoro, viaggi e vacanze per paura di non esserci quando ci avrebbero chiamato. Partiamo il 10 giugno 2001 in una giornata uggiosa. Abbiamo tanto sonno, la notte abbiamo dormito pochissimo: finalmente possiamo conoscere la nostra bimba. Sull’aereo che ci porta a Kiev ci accorgiamo di avere dimenticato le foto dei familiari da far vedere a Olga. L’arrivo in Ucraina e’ di impatto, ma reso piu’ semplice da alcune assolutamente essenziali “istruzioni per l’uso” trasferiteci da coppie di genitori adottivi gia’ di ritorno. Vera ci aspetta in aeroporto. La giornata e’ calda ma tra l’uggioso ed il soleggiato. Ci portano presso una casa e poi giro per la citta’: bellissima, gente diversissima in tutto, difficile da descrivere. Mangiamo in un piccolo bar e poi a casa. Abbiamo preso la metropolitana: c’e’ di tutto. Persone che vendono di tutto, anche solo un fiore che arriva dalle loro campagne. E’ tutto cosi’ strano, gente poverissima e gente apparentemente benestante. In centro la citta’ e’ monumentale, in periferia gli esterni delle case sono terribili, gli odori ancora peggio ma, all’interno e’ tutto piu’ accogliente. Non riesco a chiudere occhio, domani anzi oggi c’e’ l’abbinamento al Centro Adozioni e poi si parte per l’avventura. Speriamo che questo momento cosi’ meraviglioso ed importante per noi e per la nostra bambina non venga offuscato da nulla: Olga fa gia’ parte della nostra vita e di quella delle nostre famiglie. Olga non c’e’ piu’, ce l’hanno portata via. E’ stata un’ingiustizia terribile che difficilmente riusciremo a dimenticare. Qui e’ tutto diverso da casa nostra. Io non so piu’ cosa sono venuta a fare, piango in continuazione ed ho crisi isteriche in ogni momento. Spero di avere ancora un po’ di testa per poter ragionare. Voglio tornare a casa mia, non mi importa se con un bambino oppure no, io voglio la mia casa, i miei odori, le mie abitudini ed i miei gattini. Non avevamo mai visto niente del genere se non nei film. Quello che doveva essere il giorno piu’ bello della nostra vita si e’ trasformato in tragedia, nonostante Vera. Vera e’ una specie di santa che dedica il 120% del suo tempo alle adozioni internazionali. E’ una donna meravigliosa, dignitosa ed onesta peccato che viva in una terra dove la corruzione e’ all’ordine del giorno. L’11 giugno alle 8 del mattino lei era gia’ al centro adozioni per prendere il cartellino che ci avrebbe permesso di metterci in coda per l’abbinamento: avevamo il n. 9. Il corridoio del Centro e’ buio, lungo e stretto ci sono poche sedie e tante foto di bimbi sulle pareti. L’ultima porta a sinistra e’ quella della direttrice, una matrona che fa sempre finta di commuoversi quando vede il mazzo di fiori che sei costretto a portarle del colore e del tipo che vuole lei: rose gialle. Ci sono tantissimi americani prima di noi che arrivano in gruppo, scelgono con calma i bambini da “cataloghi” speciali a loro riservati e poi se ne vanno. Noi Olga non l’avevamo mai vista ed avevamo detto di si. Gli altri l’hanno portata via dopo averla vista, comprandosela con qualche caramella e chissa’ che altro per la pediatra che la seguiva per l’Istituto. Racconto in breve la storia: il mattino di venerdi’ 8 giugno una famiglia di italiani si presenta al Centro con un decreto per due bambini. Il Centro propone una bimba di 4 anni ed un bimbo di 2 anni e 2 mesi, in istituti diversi della stessa regione (la peggiore per burocrazia e corruzione). Purtroppo sono troppo vecchi per il bimbo. Allora scelgono la bimba ed un altro bambino gipsy che si trova nell’orfanotrofio dove c’e’ Olga (tutt’altra regione). Il sabato arrivano all’orfanotrofio giocano con il bimbo che e’ compagno di gruppo di Olga, lei si attacca a loro e cosi’ convincono la pediatra a difenderli per Olga che gia’ li chiama mamma e papa’. Olga come tutti i bimbi degli istituti era cosi’ desiderosa di affetto che avrebbe chiamato chiunque cosi’. Malgrado l’opposizione del Centro di Kiev (almeno in apparenza) la situazione era ormai compromessa. Niente ci potra’ mai convincere che non sia stato tutto organizzato per arrivare a due bambini nello stesso Istituto (una sola udienza, documentazione piu’ facile da ottenere, meno spese “impreviste”, etc.) e per di piu’ in una citta’ molto piu’ vicina a Kiev. Sara’ forse stata la presenza di un losco individuo (rivelatosi poi il capo dell’accompagnatore degli italiani) che si intrometteva sistematicamente nei disperati tentativi di Vera di entrare ed informava in tempo reale il suo uomo sull’evolversi delle cose. Noi eravamo cosi’ ingenui o cosi’ pieni di energia positiva che nemmeno ci siamo accorti della situazione. E’ stata un’esperienza traumatica, il momento piu’ terribile di tutta la storia. Tutti questi bimbi ci chiamavano mamma e papa’ e ci tendevano le braccine. E’ entrato Vladi e ci ha sorriso subito gli ho dato in mano un pupazzo che avevo portato per Olga ed e’ stato contentissimo ma qualcosa sembrava non fare scattare la scintilla. Forse dopo quanto accaduto non eravamo pronti a questa esperienza, forse non lo eravamo mai stati, forse gli eventi ci avevano congelato il cuore? Vladi sembrava un bambino di 8 mesi, non ci guardava mai e aveva gli occhi spenti ed anche Vera non era convinta (situazioni di questo tipo non sono affatto usuali in Ucraina). Sembrava un incubo. Siamo addolorati perche’ con i cuori spezzati abbiamo rifiutato il bambino. I bimbi si vestivano e mangiavano da soli. Ci guardavano con i loro begli occhioni e cercavano di farsi notare in mille modi, solo Vladi, sembrava indifferente a noi e a tutto quello che lo circondava. Vera si e’ accorta che Vladi non era il nostro bambino ed ha chiesto se c’erano altri bimbi adottabili allora loro ci hanno fatto vedere un bambino con occhioni enormi e testa altrettanto enorme che loro dicevano molto somigliante a Stefano. Era tenerissimo ma purtroppo non sapevano ancora se le sue condizioni sarebbero state normali perche’ il bimbo era idrocefalo. Ci si e’ spezzato il cuore per l’ennesima volta. Le maestre hanno detto che noi come coppia gli eravamo piaciuti moltissimo e che avrebbero voluto rivederci magari per la seconda adozione. Dopo questa brutta esperienza abbiamo salutato i bimbi che sono andati a nanna da soli ed abbiamo ripreso il taxi per andare in stazione. Il taxista era abbastanza arrabbiato piu’ che altro perche’ perdeva una fonte di guadagno. Abbiamo ripreso il treno per Kiev e siamo arrivati al mattino alle 6, senza parlare. Lasciate le valigie al deposito della stazione e dopo una colazione da McDonald's, ci ripresentiamo al Centro in condizioni pietose: erano giorni che non mangiavamo e non ci lavavamo.Facciamo una scena patetica (senza dover fingere troppo) alla direttrice che mossa a compassione chiede alla psicologa di cercarci un bimbo nella sua “riserva” di Mariupol (1000 km da Kiev sul Mar d’Azov). Ci sono due bimbi adottabili un bimbo di 5 anni Vadim ed una bimba di 7 di nome Elena: si parte di nuovo. L’aereo parte alle 7 di sera. Arrivati all’aeroporto verso le 10, contro ogni ragionevolezza e contro le sane abitudini di Vera ma forse guidati da una voce interiore, abbiamo preso una macchina che ci ha portati a Mariupol: circa 120 km di strada ignota su un’auto scalcinata con un autista sconosciuto che avrebbe potuto sbarazzarsi facilmente di noi e vivere da nababbo per il resto dei suoi giorni con i nostri soldi. Abbiamo alloggiato presso un Hotel che faceva venire il vomito solo a vederlo, l’acqua non c’era ed era tutto sporco di pipi’. Lo sconforto e la stanchezza erano devastanti: volevo tornare a casa ma Stefano mi ha consolato e mi ha aiutata a capire che tornare a casa non sarebbe servito a niente perche’ l’indomani avremmo conosciuto il nostro bambino. Ed aveva ragione. A Mariupol Vera e’ riuscita a fare tutto in tempi brevi e finalmente alle 10 eravamo in Istituto. La Direttrice e la Primaria ci hanno parlato brevemente dei due bimbi e ci hanno detto che soprattutto la bimba era molto sensibile e scottata da una recente brutta esperienza. Hanno fatto entrare il bimbo che era delizioso. Poi la bimba e’ entrata con altre bimbe con un vassoio per prendere le caramelle che avevamo portato. Era lei la nostra bambina il nostro cuore non poteva sbagliarsi: quando ha detto “spasiba” ce la saremmo mangiata tanto era dolce. Quando le hanno detto che erano arrivati i suoi nuovi genitori ci ha abbracciati e baciati per ore. Il buio dei giorni trascorsi lasciava spazio alla gioia piu’ totale e profonda che avessimo mai provato. I primi giorni quando la dovevamo lasciare piangeva ma adesso ha capito che mamma e papa’ arrivano alle 9 vanno via alle 12 tornano alle 16 e vanno via alle 19. Lei e’ orgogliosa di presentarci come mamma e papa’ a tutti i suoi amici e gli altri ci mangiano con gli occhi. Noi cerchiamo di dare un po’ di affetto anche a loro anche se nostra figlia e’ un po’ gelosa.I giorni volano e tutto sembra facile, anche le solite pratiche burocratiche. Noi parliamo in italiano e lei in russo, ma non sembra esserci il minimo problema di comprensione. Anche la vita qui comincia ad essere piacevole: giriamo soli, curiosiamo nei mercati, proviamo ogni genere di cibo. Il 19 giugno e’ il giorno dell’udienza del Giudice: Elena e’ diventata nostra figlia, ha preso il nostro cognome. Elena era al settimo cielo dalla gioia, sembrava che ormai sapesse che era definitivamente la nostra bambina, correva e saltava ed andava da tutti a dire che eravamo il suo papa’ e la sua mamma Cinzia e Stefano. Arrivano Maurizio e Cristina, cui una fata chiamata Vera e’ riuscita a far assegnare Vadim. La notizia ci manda al settimo cielo, non potevamo sperare di meglio: con loro dividiamo tutte le nostre esperienze, ed anche la casa. Altri giorni ed altra burocrazia, ma finalmente riusciamo a portare Elena fuori dall’Istituto con noi. Felice ed emozionata, e’ salita in macchina e guardava tutto quello che la circondava senza smettere un secondo di tenerci per mano. Siamo andati al “Centro Commerciale” (alla moda locale) per prenderle dei vestiti e delle scarpe ma era molto preoccupata. Vera ci ha spiegato che i bambini dell’orfanotrofio non sono abituati a scegliere e non capiscono cosa voglia dire avere dei vestiti propri. Poi siamo andati al ristorante e lei e’ stata proprio una vera donnina, nel pomeriggio l’abbiamo portata a casa per farle fare il risposino e al mercato con papa’, mentre mamma sperimentava un parrucchiere ucraino. Insomma la prima giornata vissuta veramente in famiglia e in autonomia. Ancora qualche giorno con Elena ed e’ il 25 giugno, il momento della partenza. È stata dura ma non cosi’ tanto. Vera e’ riuscita a spiegare bene ad Elena (e a noi) come sarebbero andate le cose. Elena si e’ comportata bene anche se a noi e’ sembrato che corresse nella stanza del suo gruppo per non farci vedere che piangeva. Il viaggio di ritorno e’ una passeggiata, tutto sembra familiare, compreso la sequenza interminabile di controlli del passaporto, timbri, firme e controfirme necessarie per salire sull’aereo. Nella sala di imbarco dell’aeroporto, dopo tanti giorni di tensione, emozioni, alti e bassi, ci rilassiamo e ci sentiamo gia’ a casa: improvvisamente la stanchezza piu’ profonda ci coglie quasi di sprovvista. A casa, e’ impossibile tenere il conto delle volte che raccontiamo la nostra storia a parenti e amici, senza riuscire minimamente a rendere l’idea di cio’ che abbiamo visto, provato o immaginato. Tuttavia parlarne non e’ pesante, anzi aiuta a far passare il tempo interminabile che manca al secondo viaggio. La partenza sembrava imminente ma i consueti ignoti imprevisti la fanno slittare fino a domenica 5 agosto (data di inizio delle nostre vacanze gia’ prenotate). Nessun problema. Il viaggio e’ tranquillo e siamo sempre in compagnia di Maurizio e Cristina. Abbiamo gia’ i noiosissimi moduli della dogana compilati a dovere in aereo, ci muoviamo con spigliatezza tra i controlli di polizia. Tutto sembra facile, anche troppo. All’uscita in aeroporto la inevitabile sorpresa: Vera non c’era. Non sappiamo cosa e’ successo ne’ ormai ci interessa veramente. Vera non era al corrente del nostro arrivo. Ma anche in questo caso il destino e’ dalla nostra: la contattiamo miracolosamente al telefono e dopo un’ora circa viene a prenderci e ci sistema negli alloggi. Solito giro panoramico per Kiev, ma che atmosfera diversa. Niente tensione ma solo impazienza di riabbracciare la nostra Elena. Anche l’Ucraina si mostra a noi sotto una luce diversa, come un ambiente piu’ ospitale nel quale sembriamo da sempre abituati a vivere e a muoverci. Ci spostiamo in totale autonomia in metropolitana fino agli appuntamenti con Vera che ci trascina come un trattorino agli ultimi adempimenti burocratici, non ultimo quello di trovare all’istante dei posti sul treno in pieno esodo estivo ucraino. Finalmente lunedi’ 6 alle 17 si parte per Mariupol. Diciotto ore di treno in scompartimento “lusso” e finalmente riabbracciamo Svetlana, la nostra autista privata (veramente molto piu’ di un’autista) a Mariupol. Pochi minuti da Guinness dei Primati (6 su una Opel Ascona) e a mezzogiorno arriviamo in Istituto, non prima di una sosta strategica per l’immancabile mazzo di fiori per la Direttrice. Ecco Elena: e’ bellissima ed emozionata. Ci dicono che e’ stata molto triste durante la nostra assenza e che e’ dimagrita un po’. Ce la coccoliamo come non mai, ma non c’e’ tempo da perdere: dobbiamo organizzare la festa di addio e riprendere il treno per Kiev lo stesso giorno, alle 16. La festa di addio e’ un momento straziante. I bambini che partono sono combattuti tra la gioia della nuova famiglia e la tristezza dell’abbandono degli amici di tanti giorni; i bambini che restano sono presi contemporaneamente dalla partecipazione alla felicita’ dei loro compagni di giochi e dalla percezione che anche questa volta non e’ stato il loro turno. Ci sono bambini grandi meravigliosi che hanno assistito a troppe feste e che tuttavia non hanno perso ma rinsaldato la speranza di avere dei genitori. Noi genitori adottivi piangiamo per la felicita’ ma anche per la rabbia e la consapevolezza di non poter realizzare quanto il momento ci ispira: affittare un autobus e portarne via piu’ che si puo’. È impossibile dimenticare anche uno solo di quegli sguardi e di quegli abbracci a meta’ tra gioia e disperazione. I sentimenti sono travolti dal tempo che scorre inesorabile e dopo avere battuto il record da Guinness (8 su una Opel Ascona) siamo di nuovo in treno, altre 18 ore fino a Kiev. Arriviamo il mattino seguente a Kiev, dopo una notte trascorsa a meta’ tra lo scompartimento “lusso”, aria condizionata e ogni confort, e una sorta di forno con condizionamento naturale, ovvero corpo a 40 °C e piedi a – 5°C. Si fa subito un tentativo in Ambasciata Italiana per il visto per l’espatrio dei bimbi, ma non e’ giornata. È triste osservare che, nelle mille difficolta’ burocratiche incontrate, gli atteggiamenti piu’ ostili li abbiamo incontrati nella nostra Ambasciata. Il giorno (mercoledi’) dopo va meglio: al mattino riusciamo a presentare le domande per i visti e il pomeriggio li ritiriamo. Solo ora Vera si rilassa e si congratula con noi per il felice esito dell’adozione: di quante preoccupazioni piu’ di noi si fa carico… È giovedi’ 9 e finalmente si parte. I bambini sono elettrizzati e gia’ in aeroporto a Kiev sembrano due esploratori sbarcati in un mondo nuovo. L’espressione di Vera all’ultimo saluto ci fa capire cosa la spinge nel suo lavoro: e’ la soddisfazione di vedere una nuova famiglia che prende corpo, pur con la tristezza di una mamma che vede partire un pezzetto del suo cuore. Passate le interminabili formalita’ ci imbarchiamo. Il volo e’ tranquillo e i bambini si comportano veramente bene. Elena fa un po’ da mamma per Paolo e lo convince ad allacciarsi le cinture e lo cura in ogni cosa. Allo scalo di Vienna avviene il primo contatto con un mondo veramente diverso: i bimbi si perdono tra negozi che espongono giochi e dolciumi senza tuttavia esserne attratti. Arriviamo a Malpensa e salutiamo Maurizio, Cristina e Paolo (Vadim). Ancora un piccolo sforzo e siamo a casa. La stanchezza e’ tanta ma la curiosita’ di vedere dal vivo quella casa che gia’ conosceva per mezzo delle fotografie e’ piu’ forte, cosi’ come il desiderio di giocare con i suoi gattini che tanto aveva sognato. La storia si conclude cosi’, con una bimba felice e serena che dorme nel suo lettino e due genitori con la sensazione meravigliosa che Elena ci sia sempre stata, almeno nei loro cuori. (ndr) Ci sono alcune osservazioni in merito a quanto scritto da Cinzia, che come mamma adottiva mi sembra doveroso fare. La prima riguarda la situazione emotiva in cui si viene a trovare una coppia che parte per andare a prendere un bambino (in questo caso Olga) che quando arrivi non c'e’ piu’... Siamo esseri umani e nel tempo che intercorre tra l'abbinamento e l'effettiva partenza ci "affezioniamo" gia’ al bambino che stiamo preparandoci ad accogliere (in questo caso si trattava di una femmina). Quindi non c'e’ niente da stupirsi se Cinzia non e’ riuscita ad avere quella "scintilla" con Vladi, il bimbo che le viene proposto... e questo lui lo sente! .... e lo sente anche Vera! La coppia si era preparata ad accogliere una femmina... ovviamente ci sono poi i problemi di rallentamento psicomotorio, piu’ o meno forte, di cui i bimbi istituzionalizzati soffrono (e che abbiamo documentato attraverso i filmati del seminario Zig Zag) che hanno sicuramente inciso nel bambino piccolo, in maniera maggiore rispetto alla bimba piu’ grandicella. Avendo vissuto due esperienze adottive, la prima in Russia e la seconda in Ucraina, ed avendo anche io vissuto "la sparizione" in Ucraina, auspico veramente che la legislazione vigente in Ucraina venga modificata onde adeguarsi a quella di altri Paesi, in modo tale che il bambino che viene abbinato alla coppia sia effettivamente disponibile al momento in cui la coppia sara’ nel Paese, aiutando cosi’ inutili, cocenti delusioni in questo momento cosi’ delicato del percorso adottivo. Voglio inoltre spezzare una lancia a favore di tutte quelle coppie come Cinzia e suo marito che, pur avendo l'eta’ per adottare un bimbo in eta’ prescolare, hanno accettato in adozione una bambina piu’ grandicella.