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Adozioni internazionali: non esistono Paesi ''facili'' per i disabili.

04 lug 2008
fonte: www.superabile.it - 2 luglio 2008 - Luca Baldazzi Adozioni internazionali: non esistono Paesi ’’facili’’ Quasi tutti gli Stati chiedono certificati di idoneità fisica alle coppie. Altri ostacoli: le vaccinazioni obbligatorie incompatibili con alucni trattamenti farmacologici e un diverso approccio alla disabilità soprattutto nel Sud del mondo. Inchiesta di “Sm Italia”, la rivista dell’Aism.BOLOGNA - Un'impressione, questa, confermata dalle associazioni accreditate che operano sul campo. Le adozioni internazionali da parte di coppie italiane sono in forte aumento: da 346 nel 2000, sono passate alla cifra record di 3.420 bambini stranieri che hanno trovato casa in Italia nel 2007. Ma questo non significa che adottare all'estero sia diventato "facile". Né che alcune nazioni abbiano la manica più larga, per così dire, in materia di concessione di adozioni. Da Ai.Bi - Amici dei bambini (www.amicideibambini.it), organizzazione che opera in più di 20 Paesi dal Centro al Sud America, dal Nordafrica all'Asia all'est Europa, ci fanno sapere che "quasi tutti richiedono certificati di idoneità fisica all'adozione, e negli ultimi anni sono diventati più esigenti nella tutela dei minori". Un altro ostacolo pratico, poi, è che a un certo punto del percorso gli aspiranti genitori devono trascorrere un periodo di tempo all'estero - in media 45 giorni, dicono all'Ai.Bi - per incontrare il bambino da adottare: ma per entrare in molti Paesi sono obbligatorie vaccinazioni che, nel caso di persone con certi tipi di disabilità, potrebbero essere incompatibili con le terapie farmacologiche in corso. Altro problema sottolineato da Ai.Bi è la differenza di cultura medica, di approccio alla disabilità e di "percezione dello stato di salute" che si registra in molti Paesi del Sud del mondo. In Paesi dove le terapie sono meno avanzate, e dove non esiste l'opera di sensibilizzazione delle associazioni, è più facile pensare ad esempio alla sclerosi multipla come ad una malattia invalidante e degenerativa "senza scampo", e su questo presupposto negare l'adozione di un figlio. Oggi sappiamo che non è così: in molti casi, grazie a diagnosi tempestive e ai passi avanti della ricerca scientifica, si può convivere con la malattia e mantenere buone prospettive e qualità di vita. Ma occorre fare un importante lavoro "culturale" per trasmettere questa consapevolezza in Africa, nel sud est asiatico, in molti dei Paesi di provenienza dei bambini da adottare. L'Aism ha già posto la questione all'attenzione della Commissione adozioni internazionali.